Friuli, 21 - 08 - 2008

Come il grano tra i sassi

foto dello spettacoloProdotto dal Comune di Tarcento
Con il contributo di: Regione Friuli Venezia Giulia, Ente Friuli nel Mondo e Comune di Cassacco

• IL PROGETTO
Il progetto (che consiste in uno spettacolo teatrale e in una mostra fotografica) cerca di affrontare il fenomeno dell’emigrazione della seconda metà del XX secolo da un punto di vista solitamente trascurato: l’emigrazione vista da chi restava a casa. Siamo abituati a vedere spettacoli e manifestazioni artistiche che analizzano la condizione dell’emigrante in terra straniera; raramente, però, ci si mette di fronte a domande del tipo: come viveva l’emigrazione chi restava a casa? come si sviluppavano i rapporti nei periodi in cui gli emigranti ritornavano? quali incomprensioni aveva creato la distanza? Non abbiamo cercato delle risposte, quanto, piuttosto, di dare il giusto peso e rilevanza ad ogni singola testimonianza raccolta nel precedente lavoro di ricerca. Ricerca che ci ha permesso di raccogliere un intero bagaglio di parole ed immagini. Tanti ricordi, tutti uguali e, in quanto uguali, diversi tra loro. Perché il mondo è uno solo, ma ognuno lo vede a modo suo, secondo i colori della sua vita, che non è mai oggettiva. La vita è sempre soggettiva. Il nostro impegno, è quello di non dimenticare. Prestare attenzione a tutte le voci. Perché avere coscienza di ciò che è stato, è un elemento fondamentale per riflettere sul presente, conoscerlo e capirlo.

• LA MOSTRA
È il risultato tangibile della nostra volontà di realizzare un progetto non solo “per” il pubblico, ma “con” il pubblico. Ad un certo punto le informazioni raccolte sui libri non ci bastavano più; sentivamo l’esigenza di trovare un contatto diretto con chi, questa esperienza, l’aveva vissuta. Ci siamo messi a frugare nei ricordi dei nostri “vicini di casa”, alla ricerca di quei pezzi di storia considerati (erroneamente) secondari, solo perché bagaglio di gente comune. Abbiamo raccolto ricordi che il tempo aveva nascosto in fondo al cassetto della memoria, rispolverato fotografie rubate in un momento qualsiasi, a casa o in chissà quale parte del Mondo. Ma alla fine abbiamo trovato proprio quello che cercavamo: uomini, donne, bambini; Persone. Con la “P” maiuscola. Con gli occhi, le mani e i sogni cui cerchiamo di dar voce nello spettacolo. I sentimenti che li percorrevano. La loro carne. Le loro voci. Cose che si possono trovare solo nelle tasche di chi ha vissuto.

• LO SPETTACOLO
La storia di due giovani nella seconda metà del XX secolo: l’amore, le preoccupazioni, i progetti, le speranze. Il rapporto con l’emigrazione, sempre presente. A volte soltanto sullo sfondo, un semplice dato di fatto, qualcosa che c’è e basta, come l’alba e il tramonto. Ma che è pronto ad irrompere in primo piano con le sue regole, cui è quasi impossibile sottrarsi. Un filo rosso che cuce e determina le loro vite.
Non hanno un nome. Sono due giovani qualsiasi, che vivono uno dei periodi storici più ricco di cambiamenti e contrasti. Per LEI l’emigrazione è subire le partenze delle persone care, l’attesa di una lettera. Vuoti da colmare quotidianamente. Una cesura dove prima c’era qualcuno: vuoti di affetti. Vuoti pratici di lavori da fare. Vuoti visibili di case sempre più disabitate. Per LUI l’emigrazione è andare. Materialmente. Andare per tornare con qualcosa di concreto e utile. Andare per ritornare e tornare a partire. Una specie di rito che, alla fine, rende nomadi. Un nomadismo interiore. La continua ricerca di una “casa” che non si sa più dov’è. Tante esperienze che si accumulano ed influenzano. Cambia il modo di pensare, cambiano le esigenze, le speranze. Probabilmente inconsciamente. E talvolta il dramma di tornare per non capire e non essere capiti.


• LA STORIA
Niente musiche. Poche luci. Una scenografia scarna: quattro sedie, quattro valige, quattro oggetti. Quattro attori. Basta poco per disegnare un ambiente in continua evoluzione. Un semplice cambio di disposizione e tutto si trasforma. Il tempo di lanciare in aria una monetina e capovolgere una sedia, e la casa diventa stazione, treno, frontiera, lavatoio, piazza... una situazione fluida in continuo cambiamento. Dentro e fuori. Perché da un momento all’altro cambia il mondo per gli emigranti. Si parte da casa, dove ci si conosce tutti, e in un paio di giorni ci si ritrova in mezzo a gente che dà ordini in una lingua straniera. Ma ci si abitua. Perché se nel 1946 emigrare è un’occasione, alla fine degli anni ’60 partire è abitudine. Perché anche in Svizzera ci sono gli amici. All’estero si vedono cose nuove, si impara la lingua, si comincia a capire come va il mondo. Non come a casa, dove tutto è uguale, dove le donne vanno a ancora a lavare i panni sul torrente, dove la parola del prete vale doppio ed avere l’elettrico in casa è una grande conquista (mentre in Francia si fanno già le centrali nucleari). Ma a casa bisogna tornare. Vuoi perché scade il contratto, vuoi perché c’è quella ragazza da incontrare. Sempre che nel frattempo non si sia fidanzata. O addirittura sposata... Invece no, è ancora li che aspetta. Che aspetta te. Due giovani tra l’amore e l’emigrazione, tra la voglia e la distanza. Ed intanto il tempo passa. E tutto diventa abitudine. È successo per tanti. Si parte per tornare a casa, no? La casa. Ma dov’è la casa? Cos’è la casa? Forse è meglio fermarsi. Oppure partire tutti quanti assieme... Che fare? Poi una valigia si chiude e finisce in soffitta. Ma non c’è il tempo per fermarsi a pensare. Un altro problema bussa alla porta.

• GLI ATTORI
Antonio Amore frequenta il corso biennale di teatro presso il laboratorio dell’attore “Gente di teatro” di Milano, diretto da Raul Manso. Studia tecniche di recitazione con Massimiliano Cividati. Si diploma attore presso la Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine. Lavora con G. Battiston, J. Alschitz, F. Kahn, M. va den Broek e R. Maranzana. Partecipa come attore a “Jacques ovvero la sottomissione” di E. Ionesco e “Il sogno di una cosa” di P.P. Pasolini, per la regia di Andrea Collavino, produzione Mittelfest e CSS di Udine, “Peter Pan” di James M. Barrie, per la regia di Giuliano Bonanni, produzione Academia de gli Sventati.

Katiuscia Bonato frequenta il corso biennale di teatro presso il “Teatro della Contraddizione” di Milano. Si diploma alla Civica Accademia d’Arte Drammatico Nico Pepe di Udine. Tra gli altri lavora con: “G. Battiston, J. Alschitz, F. Kahn, G. Bonanni, M. Somaglino, C. di Domenico, E. Allegri, J. Stanzak, R. Maranzana. Partecipa come attrice ad alcuni spettacoli e festival, tra cui: “Di scuola si muore”, regia di Luca Quaia, presso il Teatro Miela di Trieste, “Polvere (ovvero la storia del teatro)”, regia di D. Nicosia, produzione TIB Teatro Belluno e Filo d’Arianna Festival, “Il sogno di una cosa” di P.P. Pasolini, regia di Andrea Collavino, produzione Mittelfest e CSS Udine, “Dentro”, regia e coreografia di Roberto Cocconi, festival “Corpi Sensibili”.

Maria Giulia Campioli frequenta il corso biennale di teatro presso il lavoratorio dell’attore “Gente di teatro” a Milano. Si diploma presso l’Accademia d’ Arte Drammatica Nico Pepe di Udine. Lavora per il CRT di Milano in “Omaggio all’attore” di Maria Stefanache. Per il Teatro dei Gelsi di Novi Ligure (AL) ne “I fiori di Copenaghen”, regia di Andra Lanza. Per l’UAI festival in “L’ubbidienza”, regia di Emilio Toscana. Per il CSS di Udine ne “Il sogno di una cosa”, regia di Andrea Collavino. Come regista cura gli spettacoli “Albertina – una storia che continua” e “Mîl ains di amôrs, di gueris e un fregul di pâs”.

Claudio Mariotti si diploma presso l’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine. Lavora per la Compagnia di Arti e Mestieri di Pordenone negli spettacoli “Storie di Fiume” e “Racconti del Tagliamento”, regia di Bruna Braidotti e “Teatro dell’acqua”, regia di Maurizio Lucà. Per la regia di Andrea Collavino, “Lis gnocis” e “Il sogno di una cosa” (Mittelfest 2005 e CSS Udine). Per Onda Teatro di Torino in “A me occorrono precipizi/Il valico”, regia di Bobo Nigrone. Per la Fondazione Bon di Colugna (UD), “Incontri Pimpanti”, doppiaggio dal vivo in lingua friulana, regia di Claudia Brugnetta. Per il Teatro dei Gelsi di Novi Ligure (AL) “I fiori di Copenaghen”, regia di Andrea Lanza. Come autore ha vinto il concorso “Storiemobili - racconti brevi per mezzo pubblico” di Trieste con il brano “La speranza in un baule”.


contatti:
Claudio Mariotti, via Urli 27/2, 33017 Tarcento (UD)
telefono: 0432-791466, 338-4169852 mail: claudiomariotti1111@tiscali.it

recapiti utili:
Maria Giulia Campioli, 347-6065026, mailto:mariagiulia.campioli@tiscali.it ?subject=da%20friulinelmondo.com
Compagnia di Arti e Mestieri, vicolo Molinari 4, 33170 Pordenone, tel. e fax 0434/40115, mail: aemteatropordenone@virgilio.it