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Data articolo:
06/08/2005
Gianfranco Pizzolitto - Relazione introduttiva alla II° Convention della friulanità nel mondo
E' importante che il momento della riflessione nell'ambito delle tante iniziative che hanno caratterizzato l'incontro della Città di Monfalcone con i Friulani nel Mondo, - sia stato dedicato in questa occasione ad un tema così rilevante come quello del diritto di voto degli emigrati; un tema che s'intreccia a quello delle riforme istituzionali in corso.E ciò perché, il Friuli Venezia Giulia, più che altre realtà regionali, sta vivendo una fase di ampio rinnovamento istituzionale che, alla fine del percorso, vedrà i nostri assetti mutati in maniera profonda. E' questo, dunque, il contesto nel quale vanno collocate simili questioni.Il processo di rinnovamento istituzionale regionale si basa su tre cardini.Il primo è quello relativo alla stesura di un nuovo Statuto, necessario e indispensabile, per adeguare le ragioni della specialità del Friuli Venezia Giulia alle mutate condizioni delle nostre terre, sia dal punto di vista economico-sociale, sia dal punto di vista delle relazioni con i Paesi vicini, che dal punto di vista di rapporti con le altre istituzioni e la società civile; quello che in termini giuridici viene chiamata sussidiarietà verticale e orizzontale.Il Friuli Venezia Giulia è realtà ben diversa da ciò che era quando l'autonomia statutaria fu pensata, sia nella Costituzione del 1948 che nella sua attuazione del 1964. Allora c'era un contesto di povertà che generava ancora emigrazione ed uno di lacerazioni profonde sul tessuto civile conseguenza di una guerra devastante per la nostra regione. La specialità fu l'indispensabile riconoscimento non solo delle peculiarità etniche e linguistiche, ma soprattutto di quelle geo-politiche ed economico-sociali. Il cambiamento epocale nel frattempo intervenuto richiede necessari adeguamenti del modello statutario allora individuato.Il secondo aspetto del rinnovamento istituzionale in corso attiene alla revisione dell'ordinamento degli enti locali per avviare il decentramento di compiti e funzioni, e con ciò, da un lato realizzare l'autogoverno delle comunità locali e dall'altro cambiare il modo stesso di essere della Regione, non più Ente gravato da attività amministrative, ma istituzione dedicata solo alla legislazione e all'alta programmazione.Questo, come è evidente, è un punto che interessa molto l'Associazione Regionale dei Comuni, ma che in realtà dovrebbe interessare molto tutti i cittadini, perché avere un sistema delle autonomie efficiente e capace di intervenire nel territorio con autorevolezza e senza intralci nei passaggi amministrativi, vuol dire migliorare la condizione di accesso ai servizi e ai diritti di cittadinanza. Anche per chi è immigrato ed ha la necessità di rapportarsi per qualsiasi questione con il Comune di provenienza o di possibile rientro, è necessario poter contare su un sistema locale adeguato che corrisponda alle attese della nostra gente.La fase del terremoto sta a ricordarci come la scelta di responsabilizzare i sindaci ed i Comuni sia stata la vera carta vincente e il modello che tutti poi hanno citato ad esempio, della ricostruzione del nostro Friuli dopo il 1976.Non è questa la sede per entrare nel merito della riforma delle autonomie: voglio però dire che, pur consapevoli che si tratta di un percorso non facile ne scontato, come Anci abbiamo sostenuto e appoggiato la proposta che è stata varata in queste settimane, perché rompe un immobilismo del passato, quando la ricerca infinita della soluzione perfetta ha finito per bloccare ogni rinnovamento in questo campo.Il terzo cardine del processo riformatore riguarda l'aggiornamento sul piano normativo degli apparati amministrativi attraverso la realizzazione del comparto unico del pubblico impiego: anche questo è un tassello importante per far funzionare nel modo giusto la pubblica amministrazione locale.Il processo di riforma istituzionale regionale chiama dunque in causa 3 questioni che al loro interno a loro volta hanno molti nodi da sciogliere, proprio perché introducono cambiamenti di sostanza e mettono in gioco modalità e interessi di varia natura.L'Anci, che qui rappresento, fa parte del Comitato regionale dell'emigrazione e, in quella sede, i nostri 4 rappresentanti hanno portato avanti le istanze dei nostri connazionali, in unità con le realtà associative. D'altronde il Comune di Monfalcone ha accolto l'invito dell'Ente Friuli nel Mondo a far parte dei soci dell'ente, con ciò assumendo positivamente l'azione che esso sta sviluppando a tutela dei diritti degli emigranti.Non ho dunque difficoltà, nella mia doppia veste istituzionale, a condividere il principio e la richiesta relativa alla partecipazione alla vita politica diretta così come potrà avvenire nel 2006 per il voto al Parlamento nazionale anche nell'ambito amministrativo regionale. La Costituzione garantisce agli emigranti il diritto di voto e se per il parlamento ci sono voluti 50 anni per il raggiungimento di questo traguardo, io ritengo che è giunto il tempo di cominciare a discutere questo tema anche a livello regionale. E' ragionevole che agli emigranti si abbia la capacità di dare una risposta su: se, come e quando questa prospettiva possa avere corso.La questione ha una complessità straordinaria. Andare oltre all'enunciazione di principio vuol dire toccare aspetti delicati, avendo presente che le soluzioni tecniche possibili sono in realtà di natura prettamente politica e come tali richiedono equilibrio, responsabilità, capacità di sintesi e mediazione.L'ANCI regionale se sarà chiamata a misurarsi su questa questione, non mancherà di dare il proprio contributo di analisi, riflessione e valutazione degli aspetti positivi e anche di quelli negativi, relativi alla possibilità pratica di attuazione di questo principio.Dobbiamo essere consapevoli che a livello locale non possiamo immaginare soluzioni utili per la prossima scadenza amministrativa ma per la prossima legislatura, quando riprenderà il percorso per la revisione dello Statuto di autonomia del Friuli Venezia Giulia.Le istituzioni e le forze politiche devono porre quindi attenzione alle richieste dei nostri emigrati che vogliono essere sempre più vicini alla loro regione d'origine e chiedono di essere riconosciuti quale parte attiva e integrante della popolazione del Friuli Venezia Giulia.Nella sua legislazione la Regione ha richiamato il valore di questa presenza, ribadendo che i nostri corregionali all'estero sono parte della più ampia comunità regionale. A questo fine la Regione per rafforzare i legami con la comunità regionale e per valorizzare la presenza dei corregionali ha stabilito il riconoscimento di forme di rappresentanza singole e associative e varato significativi programmi di intervento. In queste norme già operanti, ci sono tutte le motivazioni e le ragioni perché anche lo Statuto abbia uno specifico richiamo, che sia il segno di riconoscimento del ruolo e della nunzio ne delle comunità regionali emigrate, da cui possa trarre riferimento lo sviluppo dei regole e iniziative in favore della presenza regionale all'estero.Ho avuto modo di sottolineare come gli emigranti siano portatori di sviluppo, di valori culturali, di tradizioni che arricchiscono le società che li accolgono. Nell'arco di poco più di un secolo, a partire dal 1861 in Italia le partenze sono state più di 24 milioni. Un dato che da solo basta a dare l'idea della vastità del fenomeno.Tra il 1876 e il 1900 due regioni da sole, il Friuli Venezia Giulia ed il Veneto pagarono il tributo di oltre un terzo dei flussi in uscita: rispettivamente il 16 e il 18 per cento del totale. Ebbene, nonostante sia trascorso più di un secolo dagli esordi di questa diaspora, è rimasto alto il senso di appartenenza nei confronti del nostro Paese d'origine.
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