Giacomo Paschini: impreditoria con un grande cuore

da | Mar 12, 2024 | Notizie, Primo piano

Nel corso di un evento tenutosi il 12 maggio del 2000, l’Associazione per la Costruzione del Québec (Canada) rende onore a Giacomo Paschini, imprenditore di origine friulana, ed alla sua azienda, la ADF, specializzata nella progettazione e costruzione di strutture metalliche per ponti, aeroporti, stadi sportivi, centri per congressi, grattacieli, ecc. Un’azienda basata a Terrebonne, alla periferia settentrionale di Montréal e che opera essenzialmente nel Nord America. Ma, e mi permetto di prendere in prestito una famosa linea manzoniana dai Promessi Sposi: “Paschini, chi era costui?” Non sono in molti ad aver sentito parlare di uno dei più grandi imprenditori della siderurgia nord americana. Un uomo che, mutuando ancora, questa volta dal giornalista Paolo Canciani, non possiamo che definire un friulano “DOC”.

Scomparso di recente a 99 anni, Paschini incarna perfettamente la figura del friulano, espatriato per necessità, che consegue il successo per impegno, sacrificio e perseveranza e fiero di essere figlio della piccola Patria. Lavorando sodo, come tanti altri emigrati, quest’uomo è riuscito a costruire, partendo dal nulla, un gigante della siderurgia mondiale.

Giacomo Paschini nasce nel 1925 ad Argenteuil, in Francia, dove il padre, perseguitato dal regime assolutistico di allora, si trova esule dal suo paese, Verzegnis, in quella Carnia arretrata di un Friuli ancora essenzialmente agrario e povero agli inizi del XX secolo, che continuava a spopolarsi a vantaggio di altre nazioni, vicine e lontane.

Le condizioni della famiglia sono modestissime, mantenute tali anche dal regime al potere, che escogitava mille espedienti per mantenere disoccupato il padre, rientrato in patria attirato da false promesse e che più tardi sarà mandato al lavoro coatto in Germania. La madre diventa l’unico sostegno della famiglia ma, non ostante tutti gli sforzi e l’aiuto di Giacomo nel lavoro dei campi, è la fame. Naturalmente, di continuare gli studi dopo il conseguimento, con onore, della licenza elementare non se ne parla neppure. Questo sarà sempre un grande dispiacere per Giacomo che, avido di apprendere, legge e rilegge i pochi libri trovati nel granaio del bisnonno.

Di sacrifici Giacomo comincia a farne già da ragazzino. A 14 anni va ad imparare a fare il fabbro, con un apprendistato senza emolumenti di tre anni, nell’officina del maestro Giuseppe Contardo, a Tolmezzo: sei chilometri a piedi all’andata ed altrettanti al ritorno. Parte da casa con una gamella di brodo leggero, unico nutrimento per l’intera giornata. La fame è tanta e la gamella è già vuota quando arriva al posto di lavoro. Non vedendolo mangiare con gli altri operai, il padrone gli chiede il perché. Giacomo risponde che non ha fame. Ma Contardo, osservando le braccia esili e gli occhi infossati, capisce la situazione e dopo un paio di settimane lo porta a mangiare a casa sua, per tutto il tempo dell’apprendistato. Un gesto di generosità che segna profondamente il carattere del giovane. Il maestro si rende anche rapidamente conto delle doti di Giacomo, che già traccia con mano sicura e artistica i disegni preliminari alla lavorazione sul metallo.

Tra i libri del bisnonno c’è la storia di San Giorgio e del drago. Letta e riletta, il ragazzo trova in essa un simbolismo etico che continuerà ad ispirarlo per tutta la vita. In ricordo di questo chiamerà la sua azienda Au Dragon Forgé – ADF. È di questo periodo un drago in ferro battuto, che esiste tuttora sulla ringhiera di una terrazza in piazza Domenico da Tolmezzo, nel capoluogo carnico.

Nel 1943 Giacomo ha 18 anni e l’apprendistato è finito. La guerra è in corso e il giovane milita con la Resistenza nella brigata Osoppo e per ben tre volte sfugge

alla morte. È un’esperienza che resterà ancorata nella memoria del giovane e alimenterà i suoi incubi per lunghi anni. Per l’attività partigiana gli verrà conferita la Croce al Merito di Guerra. Dopo il conflitto cerca di lavorare come fabbro, ma nessuno può acquistare i suoi manufatti, nemmeno in cambio di cibo. L’Italia è a corto di tutto, in particolare di combustibile; per tirare avanti va a fare il boscaiolo, al fine di procurarsi legna da vendere o barattare con cibo. Giovane, intraprendente, ma senza alcuna possibilità di lavoro in patria, emigra in Francia, a Saint-Étienne, nel dipartimento della Loira, dove fa il minatore per due anni. Un lavoro però ben lontano dalla vita che avrebbe voluto costruirsi.

Un giorno legge nel giornale che il Canada cerca operai specializzati. Inoltra la domanda e va a fare la visita medica a Parigi. Il funzionario gli chiede di mostrargli le mani e vedendo i calli gli dice: “Queste sono mani che non temono il lavoro duro.” Viene accettato e, dopo un corto soggiorno a Verzegnis, fa i bagagli e parte per Le Havre, dove si imbarca per Halifax. La traversata, in compagnia di centinaia di altri emigranti provenienti da tutti i paesi è un incubo. Arriva in Canada, il 16 novembre 1951, con i vestiti che ha indosso e un dollaro in tasca; tutto quello di cui dispone per affrontare una nuova vita.

Parla francese; viene mandato a Montréal. Gli trovano lavoro in una forgia nel New Brunswick a due dollari all’ora, più vitto e alloggio. Finalmente può mangiare a sazietà. Negli anni immediatamente successivi lavora in un paio di officine a sud della metropoli, sogna il matrimonio e una forgia in proprietà. Fa una proposta per lettera ad una ragazza che aveva frequentato per alcuni giorni durante una visita a Verzegnis, Amelia Buttazzoni, che accetta. Si sposano per procura. Sei mesi dopo Amelia lo raggiunge in Canada. È l’inizio di un viaggio assieme che li vedrà uniti fino alla morte di Giacomo.

Nel 1954 nasce Marisa, due anni dopo Pietro e dopo altri cinque anni è la volta di Giovanni. Durante le sue peregrinazioni alla ricerca di un posto per la sua officina, trova a Sainte-Rose, alla periferia settentrionale di Montréal, una vecchia baracca di tavole sconnesse, che d’inverno lasciano passare spifferi gelidi e ne fa la forgia tanto agognata.  La famiglia si trasferisce nel villaggio, allora rurale. Riesce bene o male ad attrezzare i miseri 20 metri quadri e, pur continuando a lavorare sulla sponda meridionale del San Lorenzo, ogni minuto libero lo trascorre nella sua amata fucina per costituirsi un inventario. Il 15 agosto 1956 si licenzia ed inaugura ufficialmente la propria officina che chiama Au dragon Forgé, in ricordo della storia di S. Giorgio. Gli affari stagnano finché un costruttore gli dà fiducia e gli affida un contratto di rilievo, per rispettare il quale Giacomo lavora giorno e notte. Gli ordini cominciano a susseguirsi con regolarità: ringhiere esterne ed interne, balconi, griglie… vendute nel Québec e nelle provincie limitrofe.  Due anni dopo acquista il locale e nel 1960, la misera baracca viene demolita e sostituita da un edificio di 220 metri quadri, che diventano 930 nel 1974. “Da quel momento in poi – confidava Giacomo Paschini – ho smesso di contare. Mi dicono che i nostri stabilimenti oggi totalizzano decine di migliaia di metri quadri.”

“In quei tempi – ricorda Paschini nelle sue memorie – il lavoro era duro: niente macchine idrauliche per il sollevamento, niente macchinari e progettazioni assistite da computer, niente gru. Solo il martello in mano e il sudore sulla fronte”. Giacomo Paschini ha sempre parlato con grande riconoscenza di coloro che hanno lavorato con lui, che lo hanno aiutato ed accompagnato nello sforzo per la riuscita, di tutti i suoi dipendenti. “Colleghi di lavoro, ma più ancora amici, una grande famiglia senza la quale non avrei mai potuto arrivare dove sono oggi” dice con modestia. E la famiglia per lui è la cosa più importante. La moglie Amelia, per la cui presenza non smetterà mai di ringraziare il destino, è sempre al suo financo: non solo si occupa dei bambini e delle faccende domestiche, ma in più lavora con lui nell’officina a lucidare i metalli, a pitturarli con l’anticorrosivo, a pulire i pavimenti. L’arrivo dei figli dà una nuova prospettiva alla vita. I loro vagiti, insistenti ma per lui anche gratificanti, riescono finalmente a liberarlo degli ultimi orribili fantasmi della giovinezza, della guerra, della violenza che ancora si annidavano in fondo alla sua memoria.

Negli anni ’60, il gigante dell’auto General Motors costruisce un importante stabilimento nelle vicinanze. ADF fornisce i manufatti in ferro battuto per scale, parapetti, ringhiere, ma anche componentistica in acciaio per dei macchinari. Nei decenni successivi GM vuole innalzare la fabbrica di un piano e chiede ad ADF se può occuparsi delle strutture in acciaio. Dapprima titubante, Giacomo finisce per accettare. È l’appalto più importante vinto finora, quello che consente a ADF di raggiungere il livello dei maggiori operatori del settore. La reputazione dell’azienda si espande verso Montréal, il Québec, il resto del Canada e tutta l’America. Le commesse aumentano gradualmente e costantemente.

Nel luglio del 1980 Giacomo, 55 anni, convoca i figli ad un consiglio di famiglia ed offre loro la conduzione dell’azienda per un anno, per dar prova della loro capacità gestionale. Se le cose funzionano, dopo un anno lascerà loro le chiavi del suo regno ed andrà in pensione. Una naturale apprensione invade i tre giovani, ma è passeggera, essi infatti conoscono bene l’azienda: fin da ragazzini il padre li ha fatti lavorare qui durante l’estate, Pietro e Giovanni nell’officina, Marisa in ufficio. Ogni anno il numero delle ore settimanali aumentava progressivamente e venivano trattati come ogni altro dipendente, senza alcun privilegio. Al momento di questa offerta, Pietro è ingegnere di fresca data, Giovanni ha studiato management industriale e Marisa è commercialista e potrà occuparsi dell’amministrazione della ditta. Dopo un anno, come promesso, ricevono le chiavi. Paschini non avrà mai, per il resto della sua vita, a rimpiangere questa decisione.

Nel corso dei decenni successivi i figli hanno aggiunto a quelle lasciate loro dal padre le chiavi di molti altri stabilimenti. All’epoca, il 98% della produzione consiste in opere in ferro battuto e il 2% in travi d’acciaio per l’edilizia. Un’indagine di mercato rivela una costante flessione nella domanda di ferro battuto, sostituito progressivamente da alluminio e resine sintetiche. I figli decidono di riorientare ADF verso l’ingegneria civile, una decisione che capovolgerà queste percentuali.  Le commesse seguono.

Alla fine degli anni ’80, a ADF viene commissionata la costruzione di un doppio muro termico di rinforzo alla gigantesca diga di Manic 5, uno dei megaprogetti idroelettrici del Québec. Nel 1994 all’azienda viene rilasciato il prestigioso certificato dell’American Institute for Steel Construction, la prima azienda canadese ad ottenerlo. Questa

attestazione viene concesso unicamente a quelle ditte che dimostrano un elevato livello di competenza e un’ottima solidità finanziaria. Anziché andarle a cercare, ADF comincia ad essere invitata alle gare d’appalto per grandi progetti industriali negli USA.

Nel 1992 Vengono aperti uffici a Coral Springs, in Florida per accedere più agevolmente all’area sud-orientale degli Stati Uniti e ai Caraibi. All’ufficio seguirà qualche anno dopo uno stabilimento. In Florida ADF realizza una rimessa per i grandi vettori a Cape Canaveral e l’aeroporto di Tampa. Negli anni seguenti altri grandi progetti si susseguono: un casinò nel Maryland, la fonderia Alcan ad Alma, lo stadio di Baltimora, l’aeroporto di Miami, l’hangar per la manutenzione dei Boeing 747 all’aeroporto di Algeri, il più alto grattacielo canadese a Calgary, il Convention Center di Pittsburgh, il grattacielo di 50 piani 100% in acciaio al 383 Madison Ave, a New York che li pone all’avanguardia nel settore della siderurgia e dell’ingegneria edile nel Nord America. E poi l’imponente lavoro per il n.1 World Trade Center ancora a New York: un enorme capriata che parte dalla base della torre e sostiene il vastissimo hub sotterraneo, crocevia di primaria importanza nelle comunicazioni su rotaia dell’intera città. Un lavoro immane, componenti di oltre venti metri, pesanti decine di tonnellate, trasportate su strada per 600 km con convogli eccezionali fino a NY e poi assemblate sul posto: un lavoro della più grande minuzia, che necessita una precisione assoluta dalla progettazione all’assemblaggio in cui ogni componente deve combaciare perfettamente. Senza dimenticare la guglia della torre stessa, che innalzandosi a 541 metri ne fa il più alto edificio nell’emisfero occidentale.

Nel 2014 viene aperto uno stabilimento nel Minnesota: 14.000 m2, 200 dipendenti, una via d’accesso privilegiata ai mercati nella parte occidentale del continente.

Seguono altri progetti di grande rilievo: lavori strutturali agli aeroporti di Seattle, Salt Lake City, Los Angeles, una città cui ADF presta un’attenzione particolare per il rapido sviluppo in corso in vista delle Olimpiadi del 2028. Poi lo stadio di Las Vegas, l’edificio del Veteran Affairs a Long Beach, quello della Fed Ex all’aeroporto di Ontario, sempre in California.

Dal 1980 Giacomo è in pensione. Ma non è certo il tipo da passare gli inverni in Florida e le estati sui campi di golf, come tanti altri imprenditori in pensione.

Continua a recarsi in fabbrica ogni giorno e a lavorare come sempre, concedendosi magari un caffè con l’uno o l’altro dei figli o facendosi una chiacchierata con la figlia Marisa.

Allestita in un angolo dello stabilimento di Terrebonne c’è la sua fucina, nella quale realizza in tutta tranquillità centinaia di lavori in ferro battuto, rame, ottone e altri metalli che sono dei capolavori artistici. In un parco della vicina cittadina di Lorraine, si può ammirare un albero stilizzato in rame alto sette metri. All’ingresso della sede aziendale c’è un altro albero, alto 10 metri, di alluminio, acciaio smaltato e acciaio inossidabile. Sui suoi rami sono appollaiati tre draghi. “Quelli siamo noi – mi confida Giovanni Paschini – io, Pietro e Marisa”.

Sempre memore delle privazioni, delle ingiustizie e di tutte le difficoltà legate alla mancanza di lavoro in gioventù, Giacomo aveva una sua precisa filosofia. Quando nei primi tempi in Canada cercava lavoro, diceva:” Provatemi per un giorno, senza paga. Se siete soddisfatti mi tenete, altrimenti mi mandate via e amici come prima”. Si è sempre vantato di non essere mai stato licenziato ed affermava con altrettanto orgoglio di non aver mai licenziato nessuno. Quando il lavoro rallentava e non ce n’era più per tutti, metteva gli operai a lavare i pavimenti, a pitturare i muri, a lustrare le maniglie delle porte, a pulire i vetri. Si racconta in tono semi serio, che certe volte le finestre erano così pulite che le mosche non osavano posarvisi.

La semplicità e la modestia si sono sempre coniugate nel cuore di quest’uomo ad una grande umanità, una forte empatia nei confronti degli altri, della famiglia, degli amici, dei dipendenti, di vecchi datori di lavoro di cui non ha mai scordato la bontà e la generosità. Il ricordo della fame patita per anni durante l’infanzia e la prima giovinezza era sempre presente e ha guidato l’altruismo e la prodigalità che Giacomo Paschini manifestava per i meno fortunati. “Se hai la pancia vuota, non riuscirai mai ad imparare qualche cosa” era una frase ricorrente sulla sua bocca. Giacomo e la sua ditta hanno sempre fatto elargizioni a diversi organismi, in particolare quelli che aiutano i bambini. Da molti anni è uno di principali benefattori del “club delle colazioni”, un organismo senza fini di lucro che provvede migliaia di colazioni per allievi delle scuole del Québec meno fortunati, che spesso arrivano in classe a stomaco vuoto.

Nel 2002 Giacomo era tornato in Italia per l’ultima volta, per ricevere la medaglia d’oro conferitagli dalla CCIAA di Udine.

Se n’è andato con la stessa semplicità con cui era vissuto, a casa sua, mentre la compagna di una vita gli teneva la mano.

Ugo Mandrile – Segretario Fogolâr Furlan di Montreal

Fonti: Memorie di Giacomo Paschini, Enrico Da Ronco, Denis Da Ronco, Giovanni Paschini

Condividi